Foreign fighter, in che modo tracciarli?

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La consapevolezza più grande dell’Unione europea (e non solo), dopo la strage di Parigi, sembra essere proprio quella di unaminaccia terroristica che pende inesorabile sui paesi del continente e che obbliga a fare qualche scelta davanti a numeri preoccupanti: dalla riunione del Consiglio Esteri della Ue è emersa una stima che conta tra le tremila e le cinquemila unità i foreign fighter in Europa.

Tracciare chi abbraccia la causa, va a combattere e torna per seminare terrore è la via, ma come farlo? Le soluzioni sono diverse, ma sempre su quella linea sottile che separa la sicurezza dall’invasione della privacy: i foreign fighter dopotutto sono cittadini europei e magari anche incensurati prima di partire. L’unico no certo appare la revisione di Schengen: no al passato e no alle frontiere di ritorno.

Il controllo sugli aerei
Tra le misure sul tavolo dei 28 a Bruxelles ha fatto discutere in particolare le norme su una banca dati di informazioni riguardanti i passeggeri dei voli aerei, provvedimento altrimenti detto Pnr, ovvero direttiva Passenger Name Record, presentata dalla Commissione europea nel 2011. I vettori aerei sarebbero obbligati a fornire agli Stati membri i dati dei passeggeri che entrano o lasciano il territorio europeo per contrastare terrorismo e reati gravi. Misura che lascia perplessi e che richiederà unapprofondimento nei prossimi vertici, ma c’è ottimismo sulle sollecitazioni a sbloccare la direttiva. La chiamata alla priorità sulla sicurezza può lasciare scettici i cittadini ma ha appoggi importanti proprio da chi ha subito l’attentato in casa, come laFrancia, che sostiene la posizione di uno sblocco veloce del provvedimento.

Rivolgersi ai social
La rete come luogo di reclutamento e affiliazione: anche il nostro paese guarda al web per arginare il fenomeno, oscurando per esempio i siti web giudicati inopportuni. Altrove, invece, sono isocial network a essere sotto osservazione: come riporta ilGuardian, sono proprio i social a evidenziare le connessioni tra potenziali combattenti che si conoscono on line ma non ancora dal vivo. Al King’s College di Londra, all’International Centre for the Study of Radicalisation and Political Violence (Icsr), un’equipe valuta e controlla gli account che potrebbero rivelare informazioni importanti e utili agli agenti dell’antiterrorismo. Un database composto da oltre settecento profili di combattenti stranierioccidentali che si sono uniti all’Is o al fronte di Al Nusra. Anche l’abbandono dei profili può dire qualcosa sul destino dei combattenti: anche le donne sono sotto osservazione. C’è poi chi bussa più in alto e chiama direttamente in causa Obama affinchè faccia pressione sulle compagnie tech al fine di una più stretta cooperazione con le agenzie di intelligence britanniche: il riferimento è a Cameron, di recente a Washington.

Potenziare gli strumenti esistenti
L’assenza di una politica giudiziaria comune non è un tema semplice eppure incide in questa stagione complicata; di certo vanno potenziati gli strumenti esistenti. All’Aja l’Eurojust, l’agenzia europea che facilita il coordinamento tra i Paesi Ue sul piano giudiziario, riceve informazioni sui giovani radicali in partenza per la Siria dal 2012, mentre i file delle inchieste giudiziarie vengono raccolti dal 2006. Il lavoro sui  jihadisti di ritorno è già in corso e va incentivato iniziando anche a valutare qualche integrazione sul piano legislativo.

Confrontarsi in loco con i servizi arabi
Le stragi hanno colto di sorpresa non solo l’opinione pubblica, ma anche i governi e i servizi. Il fenomeno non è certo sconosciuto, ma richiede un approfondimento, meglio se in loco. Ecco perché, come rimarcato ieri a Bruxelles, bisogna comunicare meglio con ilmondo arabo. Una proposta mirata alla lotta contro i combattenti in transizione è quella di insediare un addetto Ue alla sicurezza nei Paesi a rischio. Da soli, non si può far tutto, ma di certo una grossa mano passa dai paesi arabi, che possono e devono aiutare la causa.

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